sono solo dei vecchi fogli scritti e abbandonati in un cassetto del mio comodino
sabato 19 febbraio 2011
Riflessioni da sabato pomeriggio
Mi sveglio (?)
E mi sveglio di colpo. No, di schianto.
Sono passati secoli, almeno 200 anni, da quei favolosi incubi all’alba, alle 5, di una tormentata primavera. Mi sveglio da quella estate sudata e dorata, in cui l’amore puzzava di sesso e paura.
E mi sveglio dal mio secondo autunno pallido. Bianco autunno poco piovoso. Quando non piove non posso morire. Ma io non ho paura di morire.
E mi sveglio dalla mia paura di morire. Avevo dimenticato la mia lista dei “cento modi migliori di morire secondo me”. Mestamente, oggi, penso alla vita.
E mi sveglio ai margini di un inverno stanco e veloce, confuso. Tremante e tremendo come il vuoto che spesso tento di riempire, come il gelo che attanaglia la pelle facendola crepare.
E crepa inverno e crepa primavera! Voglio che arrivi un’estate putrida e marcescente come i resti della pelle morta tra le dita.
E il mio cuore si scioglierà al sole: come l’asfalto fresco, si appiccicherà alla suola delle tue scarpe troppo pesanti.
giovedì 6 gennaio 2011
Il silenzio non basta mai
Le mie orrende mani scorrono rapide sulle lenzuola umide falciando le teste dei pensieri che ti riguardano. Ti guardano. Guardami! Non ho che noia. Ultime tracce, le tracce di una lotta mai iniziata. La notte mi lecca, lecca i bordi di questa vita stanca. La tua assenza si fa densa come schiuma e come schiuma mi avvolge. Pesante. La voglia si condensa tra le cosce di porcellana, ma è solo l’incontro carnale di sue solitudini, lo sai. Siamo due solitudini che si scopano. Il silenzio non basta mai, lamina di acciaio su questa schiena. Gelido e duro il silenzio non placa le immagini che scorrono veloci sugli occhi, sotto le palpebre. E adesso chiamami, mormora il mio nome. Spezza il silenzio e infrangi le mie dita fredde. Fottimi il cervello. Le parole le ho vomitate tutte e ora non ne voglio più. Le parole sono finite, ma il silenzio no, non finisce. Eppure non basta mai. Lo sento che stai giocando le tue carte migliori, ma io non ho strategie. La struttura di un sentimento malato. Sezionami. Torturami. Profanami. Bruciami. Ci vuole coraggio, ci vuole il tuo. Ci vuole cervello, ci vuole il mio. Ci vuole silenzio, il lusso del silenzio. Guardami. E sputa, sputami. Sputa fuori il tuo seme, sputa fuori questo cuore. Sputa.
E adesso finiscimi.
mercoledì 8 dicembre 2010
Care bugie
Mi inganni, come pure mi ingannano queste fottute paure, che mi gelano, paralizzano. Le tue care bugie le ho amate più di ogni altra cosa: come neve alla sera, hanno coperto tutto ammutolendo anche le voci più maligne e acute. Mi inganni, come pure fa l’amore, quel Dio bastardo, figlio di puttana. Mi inganni come mi inganna il tempo che passa silenzioso tra queste ciglia, su questa pelle, tra le mie mani. E mi inganni come fa l’amore che mi riempie o mi svuota, che mi fa piangere o godere, che mi fa dormire o vegliare. Mi inganni come fa il vento, che si infila sinuoso tra le fronde degli alberi a far tremare le foglie lasciandomi credere, illudere, che quello sia il melodioso scrosciare della pioggia.
Mi inganni e io ti adoro per questo, perché riempi i buchi di questa tremante esistenza con le menzogne che mi piacciono di più, quelle che voglio sentirmi dire.
sabato 6 novembre 2010
Le lacrime d’oro degli alberi.
The trees can hear you if you talk to them.
Che cazzo ne sapete voi delle lacrime d’oro degli alberi sul viale, delle loro grida fatte di muschio e buio. Che ne sapete voi di quanto un solo soffio di vento possa fare male. Cazzo ne sapete voi di quanto sia duro il cemento in cui affondano le radici, di quanto sia crudele il viale. Che ne sapete voi di quanto faccia male un soffio di vento.
Quante foglie ha un albero, voi lo sapete? Lastricano i viali nei miei sogni occasionali. Quanto muschio su questo cuore esposto a nord! Quante rughe ha la corteccia di un albero, voi lo sapete? Ruvidità su cui passerei le labbra per ore, in uno dei miei giorni feriali. Quanto muschio sui miei sospiri esposti a nord!
Gli alberi posso sentirvi, se parlate con loro, siete voi che non potete sentirli.
Sotto il palmo della mano, quel velluto verde e marrone mi fa tremare.
Che cazzo ne sapete voi delle speranze e delle preghiere che ogni ramo rivolge al cielo. Che ne sapete voi di quanto un solo soffio di vento possa fare male. Cazzo ne sapete voi della fecondità delle formiche che si annidano in loro. Che ne sapete voi di quanto faccia male un soffio di vento.
Cazzo ne sapete voi di quanto la stabilità possa fare male.
Quanto muschio su questa certezza esposta a nord!
martedì 2 novembre 2010
Comunisti pessimisti
giovedì 7 ottobre 2010
Violenta.
Il pensiero si insinua, penetra lento e voluttuoso. Come carne tremula la mia mente si scuote. I sospiri alzano nuvole di polvere e fiori morti.
Si fa più forte il tuo pensiero, più costante dentro me e si fa spazio invadendo giorni, settimane, mesi di vuoto assoluto. Indugiare.
Il sudore spunta dai pori in minuscole gocce. La fronte imperlata, le guance paonazze. Il ritmo è lento ma aumenta. Il silenzio lo taglio in minuscoli brandelli con esili grida, ma l’esplosione di urla è nella mia testa. Ogni piccola sensazione passata si fa carne e sangue, si fa forte dentro di me.
Il ritmo serrato del tuo pensiero mi strozza. Il respiro spezzato da innumerevoli micro esplosioni di emozioni.
Il pensiero si fa violenza.
La mia coscienza abbraccia le tenebre e il mio corpo, completamente fradicio, non risponde al mio volere.
Il tuo pensiero mi possiede. Si è fatto lama e strappa ogni singola membrana.
Al sudore, sul mio volto, si confondono poche ma dense lacrime, che prendono a nascere da violenti sussulti. Tremori. Paure.
Ora quel pensiero si fa strada divenendo timore. Lascia una scia a terra di umido veleno.