Imperanti richieste o solo imperativi.
Suonami, come corda d’arpa
La mia schiena si inarca.
Pizzica la mia anima solitaria
Colpiscimi, fendi l’aria.
Suonami.
sono solo dei vecchi fogli scritti e abbandonati in un cassetto del mio comodino
E il tempo si è spezzato, si è fatto breve. Vorrei farti male ogni volta che mi dici quello che speravo dicessi, marchiarti gli occhi con questa luce e farti sparire da qui.
Cercami tra la folla, cercami tra i ricordi che hai perso, cercami tra le tue manie e gli scompensi: non mi troverai perché sarò io un nuovo vizio, una nuova forma, una nuova immagine da perdere e ricordare. E sarò la tua migliore amante.
Il tempo si è fatto sottile, si è infilato nelle narici e nelle radici. Vorrei sentire il peso del tuo sguardo sulla mia pelle mentre vado via da qui. Vorrei leccare le lacrime dai tuoi polpastrelli mentre fuori il ghiaccio copre ogni cosa. E vorrei bucarti l’anima, bruciarti il cuore, mangiarti gli occhi.
Cercami tra le fessure della trama di lana che ti avvolge e nella stoffa che ricopre il divano. Cercami nei cessi della stazione, tra le mattonelle che gridano storie.
E mi sveglio di colpo. No, di schianto.
Sono passati secoli, almeno 200 anni, da quei favolosi incubi all’alba, alle 5, di una tormentata primavera. Mi sveglio da quella estate sudata e dorata, in cui l’amore puzzava di sesso e paura.
E mi sveglio dal mio secondo autunno pallido. Bianco autunno poco piovoso. Quando non piove non posso morire. Ma io non ho paura di morire.
E mi sveglio dalla mia paura di morire. Avevo dimenticato la mia lista dei “cento modi migliori di morire secondo me”. Mestamente, oggi, penso alla vita.
E mi sveglio ai margini di un inverno stanco e veloce, confuso. Tremante e tremendo come il vuoto che spesso tento di riempire, come il gelo che attanaglia la pelle facendola crepare.
E crepa inverno e crepa primavera! Voglio che arrivi un’estate putrida e marcescente come i resti della pelle morta tra le dita.
E il mio cuore si scioglierà al sole: come l’asfalto fresco, si appiccicherà alla suola delle tue scarpe troppo pesanti.
Le mie orrende mani scorrono rapide sulle lenzuola umide falciando le teste dei pensieri che ti riguardano. Ti guardano. Guardami! Non ho che noia. Ultime tracce, le tracce di una lotta mai iniziata. La notte mi lecca, lecca i bordi di questa vita stanca. La tua assenza si fa densa come schiuma e come schiuma mi avvolge. Pesante. La voglia si condensa tra le cosce di porcellana, ma è solo l’incontro carnale di sue solitudini, lo sai. Siamo due solitudini che si scopano. Il silenzio non basta mai, lamina di acciaio su questa schiena. Gelido e duro il silenzio non placa le immagini che scorrono veloci sugli occhi, sotto le palpebre. E adesso chiamami, mormora il mio nome. Spezza il silenzio e infrangi le mie dita fredde. Fottimi il cervello. Le parole le ho vomitate tutte e ora non ne voglio più. Le parole sono finite, ma il silenzio no, non finisce. Eppure non basta mai. Lo sento che stai giocando le tue carte migliori, ma io non ho strategie. La struttura di un sentimento malato. Sezionami. Torturami. Profanami. Bruciami. Ci vuole coraggio, ci vuole il tuo. Ci vuole cervello, ci vuole il mio. Ci vuole silenzio, il lusso del silenzio. Guardami. E sputa, sputami. Sputa fuori il tuo seme, sputa fuori questo cuore. Sputa.
E adesso finiscimi.
Che cazzo ne sapete voi delle lacrime d’oro degli alberi sul viale, delle loro grida fatte di muschio e buio. Che ne sapete voi di quanto un solo soffio di vento possa fare male. Cazzo ne sapete voi di quanto sia duro il cemento in cui affondano le radici, di quanto sia crudele il viale. Che ne sapete voi di quanto faccia male un soffio di vento.
Quante foglie ha un albero, voi lo sapete? Lastricano i viali nei miei sogni occasionali. Quanto muschio su questo cuore esposto a nord! Quante rughe ha la corteccia di un albero, voi lo sapete? Ruvidità su cui passerei le labbra per ore, in uno dei miei giorni feriali. Quanto muschio sui miei sospiri esposti a nord!
Gli alberi posso sentirvi, se parlate con loro, siete voi che non potete sentirli.
Sotto il palmo della mano, quel velluto verde e marrone mi fa tremare.
Che cazzo ne sapete voi delle speranze e delle preghiere che ogni ramo rivolge al cielo. Che ne sapete voi di quanto un solo soffio di vento possa fare male. Cazzo ne sapete voi della fecondità delle formiche che si annidano in loro. Che ne sapete voi di quanto faccia male un soffio di vento.
Cazzo ne sapete voi di quanto la stabilità possa fare male.
Quanto muschio su questa certezza esposta a nord!
Il pensiero si insinua, penetra lento e voluttuoso. Come carne tremula la mia mente si scuote. I sospiri alzano nuvole di polvere e fiori morti.
Si fa più forte il tuo pensiero, più costante dentro me e si fa spazio invadendo giorni, settimane, mesi di vuoto assoluto. Indugiare.
Il sudore spunta dai pori in minuscole gocce. La fronte imperlata, le guance paonazze. Il ritmo è lento ma aumenta. Il silenzio lo taglio in minuscoli brandelli con esili grida, ma l’esplosione di urla è nella mia testa. Ogni piccola sensazione passata si fa carne e sangue, si fa forte dentro di me.
Il ritmo serrato del tuo pensiero mi strozza. Il respiro spezzato da innumerevoli micro esplosioni di emozioni.
Il pensiero si fa violenza.
La mia coscienza abbraccia le tenebre e il mio corpo, completamente fradicio, non risponde al mio volere.
Il tuo pensiero mi possiede. Si è fatto lama e strappa ogni singola membrana.
Al sudore, sul mio volto, si confondono poche ma dense lacrime, che prendono a nascere da violenti sussulti. Tremori. Paure.
Ora quel pensiero si fa strada divenendo timore. Lascia una scia a terra di umido veleno.
Cristalli di conchiglie, vetro, madreperla e metallo nuotano nell’acqua, depositandosi sul fondo, sopra la sabbia. Luccicano alla luce del sole di agosto, un sole stanco, malato. La mia pelle bianca, pulita, riflette ogni raggio. Sento gli sguardi addosso. Abbasso lo sguardo. La sabbia scorre veloce e viscida tra le mie dita. Si scioglie rapidamente nell’acqua rendendola torbida. C’è puzza di pesce putrido.
Ho voglia di trovare la vita nelle pozzanghere lungo il molo, invece tu ci vedi solo la morte. Schiuma cancerogena e morte. Esagerata. Nuvole di microscopici pesci scuri si nutrono di ciò che resta attaccato sul fondo delle barche attraccate nel porto, incredibili parassiti eleganti e sinuosi.
Vecchi pescatori rinfrescano le rughe tagliate dai raggi solari e dalla salsedine all’ombra di un capanno arrugginito. Scherzano e ridono tra di loro in dialetto. Un manifesto campeggia sulle loro teste bianche, dice ‘Nuoto e inglese a San Benedetto’. Poi penso ai ratti che si nascondono da qualche parte, che ci osservano e che aspettano il momento giusto per uscire allo scoperto.
Il piazzale sembra non finire mai e spero che un po’ di brezza riesca a rinfrescarmi il collo. Ho paura di cadere in acqua, ci penso continuamente, poi lo immagino. Sorrido amaramente vedendomi affogare. Sento il respiro farsi più veloce. Sento la tensione irrigidire i muscoli.
In libreria vago per un po’ prima di decidere che chiedere ciò che cerco renderebbe tutto più semplice. Magari fosse sempre così. Forse non sempre.
Il riflesso sulla vetrina mi mostra un’immagine di me che sembra lontana. Non riconosco il mio volto. Questo involucro che mi contiene non sono io, non mi appartiene. Questa faccia è solo vagamente somigliante alla mia. Sfatta. Mi sento sfatta. Gli occhi sono gli stessi, i vestiti anche benché abbiano un diverso modo di appoggiarsi al mio corpo. La pelle, i nei, le lentiggini sono le stesse. Ma non mi riconosco. Sono sfatta.
Passo la lingua sul dorso della mano per assaggiarmi. Sento l’odore del mare, il suo sapore sciogliersi lento sulla lingua granulosa. Brivido lungo la schiena fino alla nuca, al collo, al seno.
Chiudo gli occhi rifugiandomi nel buio che mi accoglie sotto le palpebre. Odio l’estate. L’estate è la stagione più triste ed oziosa dell’anno. Come sempre aspetto l’autunno per risorgere o per morire.