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lunedì 23 maggio 2011

Wish you were here

E il tempo si è spezzato, si è fatto breve. Vorrei farti male ogni volta che mi dici quello che speravo dicessi, marchiarti gli occhi con questa luce e farti sparire da qui.

Cercami tra la folla, cercami tra i ricordi che hai perso, cercami tra le tue manie e gli scompensi: non mi troverai perché sarò io un nuovo vizio, una nuova forma, una nuova immagine da perdere e ricordare. E sarò la tua migliore amante.

Il tempo si è fatto sottile, si è infilato nelle narici e nelle radici. Vorrei sentire il peso del tuo sguardo sulla mia pelle mentre vado via da qui. Vorrei leccare le lacrime dai tuoi polpastrelli mentre fuori il ghiaccio copre ogni cosa. E vorrei bucarti l’anima, bruciarti il cuore, mangiarti gli occhi.

Cercami tra le fessure della trama di lana che ti avvolge e nella stoffa che ricopre il divano. Cercami nei cessi della stazione, tra le mattonelle che gridano storie.

sabato 16 aprile 2011

CALCINACCI

Calcinacci sul fondo dei tuoi occhi, per saper che ho abbattuto il muro che interponi. E lascia che ti assapori, che ti assorba fino in fondo al mio respiro, fino in fondo alle mie più profonde cavità.
E non siamo solo pezzi di carne. E non siamo solo due dannate anime sporche.

Abbatti quel fottuto muro, voglio solo guardare lo spazio che hai dentro e sentire l’odore di vecchio diventare nuovo.

Calcinacci e polvere sul fondo della tua voce vuota, assente, assetata di silenzi. E lasciami tacere finché voglio, lascia che il mio silenzio ti narri le storie che lo intesse, sempre le stesse.
E non siamo solo maledettamente simili. E non siamo poi così distanti.

giovedì 6 gennaio 2011

Il silenzio non basta mai

Le mie orrende mani scorrono rapide sulle lenzuola umide falciando le teste dei pensieri che ti riguardano. Ti guardano. Guardami! Non ho che noia. Ultime tracce, le tracce di una lotta mai iniziata. La notte mi lecca, lecca i bordi di questa vita stanca. La tua assenza si fa densa come schiuma e come schiuma mi avvolge. Pesante. La voglia si condensa tra le cosce di porcellana, ma è solo l’incontro carnale di sue solitudini, lo sai. Siamo due solitudini che si scopano. Il silenzio non basta mai, lamina di acciaio su questa schiena. Gelido e duro il silenzio non placa le immagini che scorrono veloci sugli occhi, sotto le palpebre. E adesso chiamami, mormora il mio nome. Spezza il silenzio e infrangi le mie dita fredde. Fottimi il cervello. Le parole le ho vomitate tutte e ora non ne voglio più. Le parole sono finite, ma il silenzio no, non finisce. Eppure non basta mai. Lo sento che stai giocando le tue carte migliori, ma io non ho strategie. La struttura di un sentimento malato. Sezionami. Torturami. Profanami. Bruciami. Ci vuole coraggio, ci vuole il tuo. Ci vuole cervello, ci vuole il mio. Ci vuole silenzio, il lusso del silenzio. Guardami. E sputa, sputami. Sputa fuori il tuo seme, sputa fuori questo cuore. Sputa.

E adesso finiscimi.

giovedì 7 ottobre 2010

Violenta.

Il pensiero si insinua, penetra lento e voluttuoso. Come carne tremula la mia mente si scuote. I sospiri alzano nuvole di polvere e fiori morti.

Si fa più forte il tuo pensiero, più costante dentro me e si fa spazio invadendo giorni, settimane, mesi di vuoto assoluto. Indugiare.

Il sudore spunta dai pori in minuscole gocce. La fronte imperlata, le guance paonazze. Il ritmo è lento ma aumenta. Il silenzio lo taglio in minuscoli brandelli con esili grida, ma l’esplosione di urla è nella mia testa. Ogni piccola sensazione passata si fa carne e sangue, si fa forte dentro di me.

Il ritmo serrato del tuo pensiero mi strozza. Il respiro spezzato da innumerevoli micro esplosioni di emozioni.

Il pensiero si fa violenza.

La mia coscienza abbraccia le tenebre e il mio corpo, completamente fradicio, non risponde al mio volere.

Il tuo pensiero mi possiede. Si è fatto lama e strappa ogni singola membrana.

Al sudore, sul mio volto, si confondono poche ma dense lacrime, che prendono a nascere da violenti sussulti. Tremori. Paure.

Ora quel pensiero si fa strada divenendo timore. Lascia una scia a terra di umido veleno.

giovedì 2 settembre 2010

Questione di pelle

Cristalli di conchiglie, vetro, madreperla e metallo nuotano nell’acqua, depositandosi sul fondo, sopra la sabbia. Luccicano alla luce del sole di agosto, un sole stanco, malato. La mia pelle bianca, pulita, riflette ogni raggio. Sento gli sguardi addosso. Abbasso lo sguardo. La sabbia scorre veloce e viscida tra le mie dita. Si scioglie rapidamente nell’acqua rendendola torbida. C’è puzza di pesce putrido.

Ho voglia di trovare la vita nelle pozzanghere lungo il molo, invece tu ci vedi solo la morte. Schiuma cancerogena e morte. Esagerata. Nuvole di microscopici pesci scuri si nutrono di ciò che resta attaccato sul fondo delle barche attraccate nel porto, incredibili parassiti eleganti e sinuosi.

Vecchi pescatori rinfrescano le rughe tagliate dai raggi solari e dalla salsedine all’ombra di un capanno arrugginito. Scherzano e ridono tra di loro in dialetto. Un manifesto campeggia sulle loro teste bianche, dice ‘Nuoto e inglese a San Benedetto’. Poi penso ai ratti che si nascondono da qualche parte, che ci osservano e che aspettano il momento giusto per uscire allo scoperto.

Il piazzale sembra non finire mai e spero che un po’ di brezza riesca a rinfrescarmi il collo. Ho paura di cadere in acqua, ci penso continuamente, poi lo immagino. Sorrido amaramente vedendomi affogare. Sento il respiro farsi più veloce. Sento la tensione irrigidire i muscoli.

In libreria vago per un po’ prima di decidere che chiedere ciò che cerco renderebbe tutto più semplice. Magari fosse sempre così. Forse non sempre.

Il riflesso sulla vetrina mi mostra un’immagine di me che sembra lontana. Non riconosco il mio volto. Questo involucro che mi contiene non sono io, non mi appartiene. Questa faccia è solo vagamente somigliante alla mia. Sfatta. Mi sento sfatta. Gli occhi sono gli stessi, i vestiti anche benché abbiano un diverso modo di appoggiarsi al mio corpo. La pelle, i nei, le lentiggini sono le stesse. Ma non mi riconosco. Sono sfatta.


Passo la lingua sul dorso della mano per assaggiarmi. Sento l’odore del mare, il suo sapore sciogliersi lento sulla lingua granulosa. Brivido lungo la schiena fino alla nuca, al collo, al seno.

Chiudo gli occhi rifugiandomi nel buio che mi accoglie sotto le palpebre. Odio l’estate. L’estate è la stagione più triste ed oziosa dell’anno. Come sempre aspetto l’autunno per risorgere o per morire.